Le informazioni delicate

23 marzo 2018Ultimo aggiornamento 28 gennaio 2019
Tempo di lettura stimato: 6'

di Chiara Mascia, psicologa e psicoterapeuta

Spesso noi professionisti e imprenditori salutiamo le novità legali che introducano nuovi adempimenti con sentimenti contrastanti che vanno dal fastidio, alla preoccupazione, alla rassegnazione. Molto spesso l’introduzione di una nuova legge corrisponde, infatti, alla necessità di acquistare nuovi servizi e prodotti che consentano a noi, alle nostre imprese e ai nostri collaboratori di continuare a lavorare, adattandoci alle maglie della nuova normativa. Così e stato anche in occasione della pubblicazione della GDPR - General Data Protection Regulation.

Tuttavia, lasciando scemare la reazione a caldo e fermandomi a riflettere, mi sono dovuta interrogare sulle ragioni di questa reazione di rifiuto e sull’aspetto paradossale insito in questo vissuto. Sono, infatti, psicologa psicoterapeuta: i pazienti ogni giorno mi consegnano informazioni e vissuti, propri e dei propri cari, sempre delicati, spesso segreti. Ciò allo scopo di mettere sé stessi e me nelle migliori condizioni per costruire il loro benessere. La deontologia, la professionalità, il metodo di lavoro e una costante disciplina, ci mettono in condizione non giudicare ciò che ascoltiamo, di custodirlo in maniera appropriata e di non riferirlo, a meno che non sia il paziente a chiedercelo e permettercelo e purché ciò sia funzionale al processo terapeutico. Ci avvaliamo del "segreto professionale" su cui i nostri pazienti sanno di potere fare affidamento.

Non siamo tutti psicologi, si potrebbe dire, ed è vero. È però vero anche che i dati sensibili non si affidano solo allo psicologo e che sono molte le professioni e le realtà imprenditoriali che trattano dati sensibili e per cui farlo nel modo corretto è garanzia di un rapporto corretto e duraturo con i propri clienti. La nuova normativa ribadisce il fatto che i dati sensibili appartengano a chi ce li affida e pone l’accento sul fatto che debbano essere tutelati con cura e senso di responsabilità. Tale cura non può che basarsi su una conoscenza attenta e una vera e propria assunzione di responsabilità in merito al trattamento dei dati.

Come possono allora imprese e professionisti svolgere questo ruolo di tutore efficacemente e correttamente? Il GDPR non offre ricette e non designa tecniche bensì traccia delle linee guida. Il ruolo di titolari e responsabili del trattamento non può quindi limitarsi all’applicazione di ricette precostituite o alla delega a terzi di questo importante aspetto del rapporto con i propri pazienti, clienti e interlocutori. Tali ruoli devono avvalersi di una consapevolezza di quali siano metodologie e strumenti utili caso per caso e della capacità autonoma di utilizzarli. Allo scopo di costruire questi livelli di conoscenza e responsabilità non potrà dunque bastare uno studio attento e dettagliato della normativa.

Coerentemente con questa visione, le linee guida potranno essere applicate proficuamente solo se declinate nelle singole realtà professionali. A tale scopo risulteranno di importanza ed efficacia strategiche fondamentali quei percorsi formativi che, oltre a fornire nozioni complete e accurate, offrano una possibilità di personalizzazione della docenza, sostengano il confronto e l’apprendimento in gruppo, permettendo già nel contesto della formazione di sviluppare un know-how autonomo e "cucito su misura".

Come, in una psicoterapia, è il dipanarsi della relazione stessa a permettere a paziente e terapeuta di costruire insieme una conoscenza inedita e trasformativa, così la formazione basata sulla condivisione delle informazioni nella relazione tra i partecipanti in gruppo, potrà produrre la conoscenza e la presa di responsabilità da investirsi immediatamente nelle proprie realtà di appartenenza.

Originariamente pubblicato su GDPR Counseling

RIPRODUZIONE RISERVATA. Ne è consentito un uso parziale, previa citazione della fonte.

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